martedì 22 maggio 2018
giovedì 23 febbraio 2017
Un "gobbo maledetto" nel deserto libico
Ho scovato nell'archivio del blog della Repubblica, edizione di Parma, un articolo di sette anni fa che racconta un episodio sconosciuto della nostra guerra in Africa Settentrionale che potrete leggere cliccando su questo link.
Chi volesse soddisfare la propria curiosità sulla vicenda può recarsi al museo del volo inaugurato a Malpensa qualche mese fa’ con l’orribile nome di “volandia”: in un padiglione ad hoc fa bella mostra di sé proprio l’MM23881, esposto come venne ritrovato
mercoledì 7 ottobre 2015
venerdì 3 gennaio 2014
Un pilota osservatore bavarese nel 1918
Un fortunato ritrovamento mi ha permesso di ricostruire la storia di alcune unità della giovane aviazione germanica delle quali poco sapevo e poco si sa. Una Croce di Ferro di 1° Classe, il suo pin da giacca o da cravatta e, soprattutto, un attestato di conferimento della decorazione datato 24 settembre 1917 ( corretto a mano in 1918 ) sono stati gli oggetti che hanno dato il via alla mia ricerca.Il decorato era il Vzfeldwebel ( Vice Feldwebel = Sergente ) Rudolf Aumer in forza al"Bayer.Flieger-Abt.Lb. 289" ( Bayerische Flieger Abteilung Lichtbild 289 ) cioè "Unità Bavarese di Fotografia Aerea nr. 289". L'attestato è stato firmato a matita dal General der Fanterie Erich von Guendell, comandante dell'A.O.K. Armee-Abteilung B dal 3 settembre 1916, come indicato nel timbro apposto sul documento, e precedentemente al comando del V Reserve Corps.
Quando, verso la fine del 1914, il fronte occidentale si stabilizzò in una guerra di trincea, il ruolo dell'artiglieria divenne sempre più importante essendo l'unico modo di colpire le postazioni nemiche. Il ruolo dei palloni aerostatici per l'osservazione da 1000-2000 metri di altezza crebbe di pari passo. Venivano usati inizialmente anche dei monoplani e biplami disarmati che dovevano ritornare presso la batteria di artiglieria e lasciar cadere un messaggio con le coordinate della postazione nemica da colpire, operazione che veniva ripetuta anche molte volte fino a quando l'obiettivo non era stato distrutto.L'uso della trasmissione radio non era sconosciuto ma le
lunedì 3 giugno 2013
Il distintivo d'onore "Katavia" della Decima Flottiglia Mas
Fino ad oggi di questo distintivo costituito dalla sola grande X rossa avente le stesse dimensioni, con sul retro l'incisione "X° FLOTTIGLIA MAS KATAVIA" e in basso "MARO'" seguita dal nome del decorato, si conoscevano solo due o tre esemplari gelosamente custoditi in altrettante importanti collezioni, anche se nessuno dei fortunati possessori era in grado di fornire sicure informazioni sulla sua storia. Si sapeva solo che "Katavia" era una località dell'isola di Rodi, nella quale numerose erano le unità di stanza italiane e tedesche, tra cui reparti della Regia Marina, Aeronautica ed Esercito per circa 37.500 uomini secondo dati dello Stato Maggiore Italiano. Per quanto riguarda la Marina a Rodi era dislocato il Comando Marina "Egeo" con la 4° Squadriglia Cacciatorpediniere ( Crispi, Sella, Euro e Turbine ) e la III Flottiglia MAS composta dalla 1°, 4°, 11° e 16° Squadriglia.
Recentemente, nel corso di una ricerca effettuata tra ciò che rimaneva degli archivi della Ditta Lorioli a Milano, sono stati ritrovati pochissimi esemplari di questo distintivo; alcuni con l'incisione sopra riportata e già conosciuta e due con l'incisione "PER L'ONORE D'ITALIA 8 SETTEMBRE" e sotto la parola "KATAVIA" in centro, come in questo caso.La presenza di questo riferimento all'8 settembre 1943 ha immediatamente provveduto a fugare ogni dubbio, se mai ci fosse stato, che i distintivi "Katavia" fossero pertinenti al periodo del Regno, collocandoli incontrovertibilmente tra la produzione Lorioli destinata alla R.S.I. in generale e alla X° MAS in particolare. Rimaneva a questo punto il "mistero" sulla destinazione di questi distintivi che riteniamo di aver, almeno parzialmente, svelato con le nostre ricerche storiche perdurando la mancanza di qualsiasi notizia di tipo collezionistico.
martedì 1 gennaio 2013
La Svizzera "neutrale" durante la 2° Guerra Mondiale
Nel nostro immaginario collettivo la vicina Svizzera è sempre stata vista come una specie di isola felice in mezzo all'inferno della guerra che, a malapena, sfiorava i suoi confini e non toccava la vita dei suoi cittadini e soprattutto delle sue banche che lavoravano a pieno regime per tutti i contendenti in lizza.
Pochi conoscono come andarono le cose in realtà. Fin dallo scoppio della prima guerra mondiale la Svizzera pensò a dotarsi di una propria aviazione militare ( Flugwaffe ). Il 31 luglio 1914, l’istruttore di cavalleria e pilota, capitano Theodor Real, fu incaricato di costituire una truppa d’aviazione. Egli sequestrò tre aerei stranieri in mostra all’esposizione nazionale di Berna. I primi nove piloti, di cui otto erano romandi, entrarono subito in servizio in parte con il proprio aereo e i propri meccanici. Nella prima guerra mondiale, dal 1914 al 1918, si riconobbe l’importanza della superiorità aerea, della ricognizione aerea e del combattimento al suolo.
Pochi conoscono come andarono le cose in realtà. Fin dallo scoppio della prima guerra mondiale la Svizzera pensò a dotarsi di una propria aviazione militare ( Flugwaffe ). Il 31 luglio 1914, l’istruttore di cavalleria e pilota, capitano Theodor Real, fu incaricato di costituire una truppa d’aviazione. Egli sequestrò tre aerei stranieri in mostra all’esposizione nazionale di Berna. I primi nove piloti, di cui otto erano romandi, entrarono subito in servizio in parte con il proprio aereo e i propri meccanici. Nella prima guerra mondiale, dal 1914 al 1918, si riconobbe l’importanza della superiorità aerea, della ricognizione aerea e del combattimento al suolo.
Durante questa guerra, l’aviazione militare svizzera acquisì rapidamente importanza, senza tuttavia potersi imporre come arma decisiva ai fini bellici. Con l’andare del tempo, l’aviazione divenne la terza componente delle forze armate, accanto all’esercito e alla marina. Nel periodo che intercorse tra le due guerre, l’aviazione continuò ad essere considerata un’arma ausiliaria, amministrata da un caposezione dello Stato maggiore generale. Gli aerodromi militari permanenti furono dapprima Dübendorf, in seguito Thun e Losanna (dal 1919) nonché Payerne (dal 1921). Nel 1921 furono istituite le scuole reclute, sottufficiali e ufficiali d’aviazione. Nel 1930, si adottò la tattica di combattimento al suolo, nel 1934, fu istituito il servizio d’avvistamento aereo e di segnalazione e, nel 1938, la prima scuola reclute trasmissioni.
venerdì 10 agosto 2012
Anche la "Gazzetta dello Sport" parlerà di Militaria
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| Cassa in acciaio, ghiera girevole, fondello in acciaio, cinturino in TPU e movimento giapponese Seiko PC21 |
Oggi, addirittura, il nostro maggior quotidiano sportivo, la "Gazzetta dello Sport" ha annunciato l'uscita, in collaborazione con Fabbri Editori, di una collana dedicata agli orologi delle Forze Armate che con 50 uscite settimanali, a partire dal primo numero che sarà in edicola con la rosea lunedì 20 agosto, proporrà altrettanti fascicoli dedicati alla storia dell'orologeria militare e a quella del Corpo Speciale il cui orologio costituirà l'eccezionale allegato.
Chi completerà la raccolta avrà quindi la possibilità di collezionare ben 50 orologi militari ispirati agli orologi originali indossati da altrettanti reparti delle nostre forze armate, dotati tutti di meccanismo a quarzo giapponese e cinturini in tessuto, gomma o ecopelle.
Il primo numero della collana è dedicato ad uno dei nostri più gloriosi reggimenti: il Reggimento San Marco che, dal giorno della sua costituzione come "Brigata Marina" nell'ormai lontano 1919, è stato costantemente impegnato, anche nel periodo tra le due guerre mondiali, in Anatolia, Corfù, in Africa Orientale nel 1936, nella Guerra di Spagna dal 1936 al 1938 e in Albania nel 1939. Durante la seconda guerra mondiale il reggimento si è coperto di gloria combattendo nelle isole dell'Egeo e in Grecia, e soprattutto in Africa dove si distinse nella coraggiosa difesa di Tobruk e Biserta, meritandosi i complimenti di Rommel che lo definì "i migliori uomini da me comandati in Tunisia". L'armistizio dell'8 settembre 1943, che spezzò in due il paese e dette il via ad una guerra fratricida, vide anche il San Marco coinvolto e diviso. A sud la Regia Marina ricostituì il Reggimento San Marco che, a partire dal gennaio 1944, combattè a fianco degli alleati come forza cobelligerante a Cassino e sul fronte adriatico, risalendo la penisola fino a Venezia dove gli venne concesso l'onore di entrare per primo nella città del suo patrono. Al nord, nell'ambito della divisione "X Mas" ricostituita dal principe Borghese per continuare la guerra a fianco dell'alleato tedesco, venne riformato il Reggimento san Marco con battaglioni indipendenti di fanti di marina come il Barbarigo e il Lupo che si distinsero particolarmente ad Anzio e sul fronte del Senio. Sciolto al termine della guerra nel 1946, il Reggimento San Marco venne ricostituito nel 1948. Nel dopoguerra il reggimento si è distinto in tutte le operazioni di aiuto alle popolazioni colpite da gravi calamità naturali e dal 1982 in operazioni umanitarie nell'ambito delle forze NATO. Dal 2011 il San Marco fornisce gli uomini per la protezione delle navi italiane in navigazione nel Golfo Persico. Due di questi fanti di marina sono purtroppo ancora prigionieri in India a causa dell'infelice conduzione della nave su cui erano imbarcati e per la cui sorte, speriamo, questo orologio possa servire a ravvivare l'interesse dei loro concittadini.
Dopo quello del Reggimento San Marco, seguiranno gli orologi dedicati ad altre famose unità delle nostre Forze Armate come Folgore, Frecce Tricolori, Col Moschin, Brigata Julia, ecc.. fino a completare la serie di 50 esemplari. Trovate tutte le informazioni a questo link:
mercoledì 16 maggio 2012
Messaggi dal cielo di Bardia nel 1918
Alcuni mesi orsono mi è stato affidato l'incarico di porre in vendita gli oggetti appartenuti ad un colonnello che aveva svolto la sua carriera militare tra la Libia, l'Italia durante la prima guerra mondiale e ancora l'Africa Italiana negli anni '30. Tra i tanti cimeli che, con emozione, incominciai subito ad esaminare uno sopratutto mi colpì per la sua stranezza. Ci misi qualche giorno a capire che mi trovavo davanti ad un reperto di eccezionale rarità, legato alla storia dell'Aviazione italiana nei primi anni della sua vita, e di altrettanto eccezionale interesse collezionistico per tutti gli appassionati di Aeronautica Militare. domenica 25 marzo 2012
"Bastardi senza gloria" ( gli autori )
Ieri sera ho visto in tv "Bastardi senza gloria". Ricordandomi il grande successo nelle sale e le recensioni entusiastiche di gran parte dei critici, mi è venuto il dubbio di essere io a non capire un tubo, non solo di cinema, ma del mondo intero in cui viviamo. Non ho mai visto una puttanata come questa!
Lasciamo perdere la trama, assolutamente inverosimile ma cosa dire dell'attore principale? Brad Pitt sembra uscito dalle pagine dei fumetti di "Romano il legionario", la stessa faccia inespressiva per tutta la durata del film per non parlare, nella versione italiana, del doppiaggio che lo fa parlare come la caricatura di un italoamericano di Brooklyn, anche dopo che la sua copertura ( che idea geniale ) da attore siciliano è saltata. Salviamo le interpretazioni dei coprotagonisti ( prima tra tutte quella dello Standartenfuehrer o Colonnello Landa nelle prime ed uniche scene credibili di tutto il film ) ma chiudiamo gli occhi davanti alle grottesche figure dei personaggi storici sfiorate nel racconto. Se doveva essere un film "comico" perchè non dichiararlo da subito? Avremmo potuto giudicare regista ed interpreti confrontandoli con i grandi comici americani del passato e magari trovare loro qualche pregio anche se credo che la comicità di Brad Pitt sia del tutto involontaria.
Lasciamo perdere la trama, assolutamente inverosimile ma cosa dire dell'attore principale? Brad Pitt sembra uscito dalle pagine dei fumetti di "Romano il legionario", la stessa faccia inespressiva per tutta la durata del film per non parlare, nella versione italiana, del doppiaggio che lo fa parlare come la caricatura di un italoamericano di Brooklyn, anche dopo che la sua copertura ( che idea geniale ) da attore siciliano è saltata. Salviamo le interpretazioni dei coprotagonisti ( prima tra tutte quella dello Standartenfuehrer o Colonnello Landa nelle prime ed uniche scene credibili di tutto il film ) ma chiudiamo gli occhi davanti alle grottesche figure dei personaggi storici sfiorate nel racconto. Se doveva essere un film "comico" perchè non dichiararlo da subito? Avremmo potuto giudicare regista ed interpreti confrontandoli con i grandi comici americani del passato e magari trovare loro qualche pregio anche se credo che la comicità di Brad Pitt sia del tutto involontaria.
domenica 11 dicembre 2011
La strana storia della "Flakkrafte Brasilien"
Qualche anno fa, durante una dei miei viaggi in Austria, ho trovato su una bancarella di un "Flohmarkt" una cornice con una croce di ferro di 2° classe e il relativo attestato. Potete immaginate che non me la sono lasciata scappare, rimandando al mio ritorno lo studio del documento per individuare l'unità di appartenenza del decorato. Con mia enorme sorpresa ho scoperto che il "kanonier" Simon Brandstetter, era stato decorato il 22 maggio1942 quando faceva parte del "Flakkrafte Brasilien" ( Forza contraerea "Brasile" ) che ricadeva sotto la giurisdizione del Luftgau VII, cioè di unità della quale non avevo mai sentito parlare prima e nulla potevo trovare sui sacri testi di storia militare o nei siti specializzati.Dopo un mese e molte supposizioni ( una compagnia composta da figli di emigrati tedeschi in Brasile, ecc.. ), finalmente un primo indizio: da un forum sul quale avevo postato la foto dell'attestato mi è giunta la seguente enigmatica indicazione: "cerca sul sito della città di Lauffen".
Seguendo il suggerimento, non solo sono riuscito a dare una risposta a tutte le mie domande, ma ho scoperto una storia che sicuramente pochi conoscono anche perchè non è mai stata divulgata dai "vincitori".
La citta' di Lauffen faceva parte della linea di difesa occidentale nel tratto fortificato Neckar-Enz con ben 11 fortificazioni. Pur non essendo mai stata utilizzata a tale scopo Lauffen subi' ben 37 bombardamenti aerei dal 22 agosto 1940 al 23 marzo 1945. Fino al 1943 la causa di questi unusuali e inspiegabili attacchi da parte degli alleati fu una finta installazione realizzata dalla Luftwaffe e denominata "Brasilien" (Brasile) e collocata a poca distanza dalla citta'. Il Comando Costruzioni della Luftwaffe ebbe l'incarico di realizzare una copia quasi perfetta della stazione principale di Stoccarda che in realta' si trovava a decine di chilometri di distanza. Usando grandi sagome di legno, pietre simili a quelle utilizzate per le pareti della vera stazione, stuoie stese per terra per imitare le strade, luci in movimento per simulare il traffico stradale, si ottenne un "sosia" perfetto della stazione di Stoccarda. Per la difesa di questa falsa stazione furono realizzate postazioni di artiglieria anti-aerea perfettamente efficienti.
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| General der Flakartillerie Emil Zenetti |
Dal 1940 al 1942 "Brasilien" riuscì a distogliere moltissimi attacchi aerei indirizzati verso il vero obbiettivo che era la stazione di Stoccarda. Solo nel 1941 caddero nei dintorni di Lauffen 100 bombe ad alto potenziale e 1500 bombe a frammentazione. L'ultimo raid alleato venne effettuato il 6 maggio 1942. Con l'uso del radar, infatti, gli aerei alleati furono in grado di effettuare ricognizioni aeree di maggior precisione così da scoprire finalmente l'inganno nel quale erano caduti per ben due anni.
L'intero sistema venne pertanto abbandonato dalla Luftwaffe e, dopo la guerra, le sue grosse pietre simili a quelle della stazione di Stoccarda, furono riutilizzate dagli abitanti di Lauffen per la ricostruzione della loro città. Questa si trovava infatti assai vicina al sistema difensivo "Brasilien" e fu spesso colpita dai raid aerei tanto che vi è testimonianza di ben 37 devastanti bombardamenti subiti dalla città nel corso dei primi anni di guerra. Tutto ciò non poteva certo far piacere ai suoi abitanti che erano particolarmente arrabbiati con i cittadini di Stoccarda tanto che nel 1958, il sindaco di Stoccarda Arnulf Klett ritenne doveroso porgere le scuse ufficiali della sua città alla cittadinanza di Lauffen.
Non mi risulta che questa storia sia mai stata ufficialmente raccontata e se ne può ben comprendere il motivo: la Raf non fa certo una bella figura!
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| Batteria della "Flaklkrafte Brasilien" impegnata nella difesa della finta stazione di Stoccarda presso Lauffen |
domenica 9 ottobre 2011
Camerun, gli albini perseguitati dal pregiudizio
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| Stephane Ebongue, il giornalista del Camerun rifugiato politico in Italia |
martedì 23 agosto 2011
Il genocidio dei cattolici nella Spagna rossa.
In questi tempi, quando da più parti si accusa Franco di ogni nefandezza durante la guerra civile spagnola accomunando ai falangisti i loro alleati italiani e tedeschi, mi è capitato di leggere sul Corsera di alcuni giorni fa, un articolo a firma di Vittorio Messori, storico della Chiesa e scrittore di fama mondiale, a proposito del film sulla vita di Escrivà de Balaguer, il fondatore dell'Opus Dei, di prossima uscita nelle nostre sale.
Il film è opera di Roland Joffé, un ebreo di origine francese nato in Inghilterra che si dichiara agnostico, ha avuto simpatie per i comunisti e cambiato parecchie mogli. Scrive Messori: "Un merito del regista, ci pare, è non aver nascosto la volontà, da perte delle sinistre spagnole, di genocidio del clero, massacrato solo perchè cattolico. La parola "genocidio" non è eccessiva: nella diocesi di Barbastro, città natale di don Escrivà, l'88 per cento dei sacerdoti fu ucciso, nei modi più barbari, nelle prime settimane di guerra civile e la mattanza si estese ai laici se "amici dei preti". Le suore furono stuprate, spesso da decine di "compagni", fino alla morte. Le salesiane di Madrid furono massacrate dalla canaille, cui era stato fatto credere che, alle bambine dei loro oratori, davano caramelle avvelenate. Alla fine questo il bilancio: uccisi 4.184 sacerdoti diocesani, 2.365 frati, 2.830 religiose, nonchè 13 tra vescovi e arcivescovi. Inoltre decine di migliaia di di laici cattolici. Alcuni furono crocifissi alle porte delle loro chiese, impalati, legati a bocche di cannone, squartati. Anche i genitori furono puniti per la colpa di avere tali figli: la madre di un gesuita fu soffocata cacciandole un crocifisso nella gola, molti furono bruciati vivi, altri gettati davanti ai tori, con gli assassini in divisa ad acclamare nell'arena. Papa Wojtyla ha proceduto alla beatificazione in massa di alcune centinaia di questi martririzzati solo perchè cristiani. Nessuna chiesa, nelle zone tenute dai governativi, scampò all'incendio o, almeno, alla devastazione: scomparve così la metà del patrimonio artistico spagnolo.
Quanto ai franchisti, non furono di certo cherubini nè serafini, : lavorarono anch'essi molto con i plotoni di esecuzione ( sia durante che, ancor più grave, dopo la guerra ) e fucilarono essi pure dei preti: ma per ragioni politiche non religiose. Si trattava di alcuni sacerdoti baschi, militanti per la sevessione dalla Spagna.
Sfidando la rimozione attuale di quei massacri ( i più sanguinosi dopo quelli della Francia del Terrore ) l'ebreo agnostico Joffè fa certamente opera politicamente scorretta, dunque meritoria."
Il film è opera di Roland Joffé, un ebreo di origine francese nato in Inghilterra che si dichiara agnostico, ha avuto simpatie per i comunisti e cambiato parecchie mogli. Scrive Messori: "Un merito del regista, ci pare, è non aver nascosto la volontà, da perte delle sinistre spagnole, di genocidio del clero, massacrato solo perchè cattolico. La parola "genocidio" non è eccessiva: nella diocesi di Barbastro, città natale di don Escrivà, l'88 per cento dei sacerdoti fu ucciso, nei modi più barbari, nelle prime settimane di guerra civile e la mattanza si estese ai laici se "amici dei preti". Le suore furono stuprate, spesso da decine di "compagni", fino alla morte. Le salesiane di Madrid furono massacrate dalla canaille, cui era stato fatto credere che, alle bambine dei loro oratori, davano caramelle avvelenate. Alla fine questo il bilancio: uccisi 4.184 sacerdoti diocesani, 2.365 frati, 2.830 religiose, nonchè 13 tra vescovi e arcivescovi. Inoltre decine di migliaia di di laici cattolici. Alcuni furono crocifissi alle porte delle loro chiese, impalati, legati a bocche di cannone, squartati. Anche i genitori furono puniti per la colpa di avere tali figli: la madre di un gesuita fu soffocata cacciandole un crocifisso nella gola, molti furono bruciati vivi, altri gettati davanti ai tori, con gli assassini in divisa ad acclamare nell'arena. Papa Wojtyla ha proceduto alla beatificazione in massa di alcune centinaia di questi martririzzati solo perchè cristiani. Nessuna chiesa, nelle zone tenute dai governativi, scampò all'incendio o, almeno, alla devastazione: scomparve così la metà del patrimonio artistico spagnolo.
Quanto ai franchisti, non furono di certo cherubini nè serafini, : lavorarono anch'essi molto con i plotoni di esecuzione ( sia durante che, ancor più grave, dopo la guerra ) e fucilarono essi pure dei preti: ma per ragioni politiche non religiose. Si trattava di alcuni sacerdoti baschi, militanti per la sevessione dalla Spagna.
Sfidando la rimozione attuale di quei massacri ( i più sanguinosi dopo quelli della Francia del Terrore ) l'ebreo agnostico Joffè fa certamente opera politicamente scorretta, dunque meritoria."
martedì 2 agosto 2011
La schiavitù nel Tigrè
Pochi sanno che la schiavitù, tanto deprecata oggi da tutti governi democratici, era comunemente praticata in quei paesi che questi governi difendevano dall'aggressione fascista negli anni trenta, ma ancor di meno sono quelli che sanno cosa fece il governo italiano subito dopo la fine della guerra di Abissinia. Questo manifesto bilingue ( italiano e amarico ) stampato il 14 ottobre 1935 ad Adua e firmato da Emilio De Bono, è famoso in tutto il mondo anche se poco noto dalle nostre parti. Rappresenta il primo atto ufficiale del governo italiano che con esso proclamava, forse per primo in europa, che "Dove sventola la bandiera d'Italia ivi è la libertà. Perciò nel vostro paese la schiavitù , sotto qualunque forma, è soppressa."
Gli Amara, nelle loro conquiste, hanno spesso modificato i nomi delle popolazioni sottomesse con un nome simile ma con significato dispregiativo, o addirittura con un nome che esprimesse lo stato di schiavitù. La provincia più settentrionale dell’Etiopia, che oggi è uno stato della Federazione Etiopica, si chiama Tigrai. Molti studiosi continuano a chiamarla Tigré (che è il nome con cui gli amara chiamano i tigrini) non sapendo che tigré in amarico significa “sotto il mio piede”, cioè “servo”. Tigrè invece era una popolazione dell’Eritrea settentrionale, con una struttura sociale in cui i tigré (servi) erano governati da un’aristocrazia di capi detti sciumaghillè (anziani).
giovedì 21 luglio 2011
Theo Saewecke: dalle SS alla CIA
Durante una ricerca in relazione ad un documento rilasciato nel 1944 dall'Aussenkommandos der Sicherheitspolizei Mailand ( Comando della Polizia di Sicurezza a Milano ) mi sono imbattuto in una storia incredibile che ha come protagonista l'SS-Huptsturmfuehrer Theodor Emil “Theo“ Saevecke che ne era il comandante e che ripropone il mistero di come alcuni criminali nazisti siano riusciti a sfuggire ad ogni castigo.
Theodor Emil “Theo“ Saevecke era nato ad Amburgo il 23.3.1911, secondogenito dell'ex sottufficiale di carriera Kurt Saevecke e di sua moglie Maria, nata Sattelberg. Dopo aver frequentato la Realschule a Entin, il Realgymnasium a Parchim e a Ludwigslust e l'istituto Katerineum a Lubecca, nel febbraio del 1930 entra al liceo. Saevecke sente però il fascino del mare e, dopo aver lavorato per tre mesi «come volontario» nei cantieri navali Neptun di Rostock e aver successivamente seguito un corso trimestrale all'Istituto nautico di Finkenwürder, il 19 dicembre 1930 corona il suo sogno e, «cadetto della marina mercantile», si imbarca sul quattro alberi Padua di Amburgo a bordo del quale rimane fino al 20 giugno 1932 toccando per due volte le coste dell'America del sud.
Theodor Emil “Theo“ Saevecke era nato ad Amburgo il 23.3.1911, secondogenito dell'ex sottufficiale di carriera Kurt Saevecke e di sua moglie Maria, nata Sattelberg. Dopo aver frequentato la Realschule a Entin, il Realgymnasium a Parchim e a Ludwigslust e l'istituto Katerineum a Lubecca, nel febbraio del 1930 entra al liceo. Saevecke sente però il fascino del mare e, dopo aver lavorato per tre mesi «come volontario» nei cantieri navali Neptun di Rostock e aver successivamente seguito un corso trimestrale all'Istituto nautico di Finkenwürder, il 19 dicembre 1930 corona il suo sogno e, «cadetto della marina mercantile», si imbarca sul quattro alberi Padua di Amburgo a bordo del quale rimane fino al 20 giugno 1932 toccando per due volte le coste dell'America del sud. domenica 17 luglio 2011
Il Lapplandschild, l'ultima decorazione tedesca.
Il "Lapplandschild" ( Scudetto di Lappland ) fu l'ultima decorazione ufficiale tedesca rilasciata durante la seconda guerra mondiale. Poco conosciuta e anche poco amata dai collezionisti di militaria tedesca, forse per la varia tipologia degli esemplari offerti e per i dubbi sulla loro originalità, ci racconta invece di uno straordinario ed inusuale scenario di guerra svoltosi nel lontano nord a cavallo del circolo artico, del quale poco si sa e poco si è parlato.
Negli ultimi mesi del 1944, la 20.Gebirgsarmee, comandata dal Generaloberst Lothar Rendulic, che raccoglieva tutte le forze tedesche presenti in Finlandia e Norvegia, doveva contemporaneamente affrontare tre missioni quasi impossibili:
venerdì 8 luglio 2011
La Storia ( e la Vergogna ) siamo noi!
Che vergogna! Ho appena visto questo spregevole filmato propagandistico e demagogico, degno della peggiore seconda repubblica con accuse incredibili e assolutamente non provate a Mussolini ed alla sua famiglia. Tutti conosciamo quale sia stata la la vita di Donna Rachele e dei suoi figli, con la sola pensione statale di reversibilità derivantele dalla carica ufficiale del defunto marito. Chi conosce Livorno sa come sia vissuta negli anni postbellici Edda Ciano che avrebbe potuto contare sulle cospicue ricchezze della famiglia Ciano, accumulate da Costanzo Ciano, medaglia d'oro della prima guerra mondiale e senatore del Regno, e non certo da Galeazzo che, se ha speso ha speso del suo.
Vorrei che qualcuno mi mostrasse i documenti dai quali risultano le immense ricchezze accumulate dai gerarchi fascisti e, ovviamente, passate ai loro discendenti dopo la fine della guerra: Balbo, Pavolini, Buffarini Guidi, Starace, Muti, Vidussoni, Scorza, ecc. Non mi risulta che nessuna di queste famiglie sia venuta alla ribalta per le sue ricchezze dal 1945 ad oggi. Riporto qui un pezzo tratto da un articolo del giornalista e scrittore Filippo Giannini che mi sembra ben rispondere a Minoli e alla sua Storia ( sua e non nostra ): "A guerra terminata nel bel mezzo della caccia al fascista e delle inquisizioni cui erano sottoposti, lo Stato democratico e finalmente libero (di rubare!) aprì un’inchiesta a carico di 5005 (cinquemila e cinque) gerarchi e alti funzionari del mai sufficientemente deprecabile infausto Ventennio, inchiesta tendente ad accertare quanto i fascisti avessero rubato. L’operazione di indagine andò avanti per un paio di anni. Ma a farsa si somma farsa. Come scritto non si trovò nulla di illegale; un bel giorno apparve su tutti i giornali (politicamente corretti) la notizia: Trovato il tesoro di Italo Balbo; è nascosto in una cassetta di sicurezza in una banca. Il giorno deciso dagli inquirenti per aprire la cassetta inquisita furono convocati operatori, giornalisti, il fior fiore dei politici e, con gran pompa, la famigerata cassetta fu aperta; obbrobrio, il tesoro era una sciarpa: la sciarpa Littorio.
Vorrei che qualcuno mi mostrasse i documenti dai quali risultano le immense ricchezze accumulate dai gerarchi fascisti e, ovviamente, passate ai loro discendenti dopo la fine della guerra: Balbo, Pavolini, Buffarini Guidi, Starace, Muti, Vidussoni, Scorza, ecc. Non mi risulta che nessuna di queste famiglie sia venuta alla ribalta per le sue ricchezze dal 1945 ad oggi. Riporto qui un pezzo tratto da un articolo del giornalista e scrittore Filippo Giannini che mi sembra ben rispondere a Minoli e alla sua Storia ( sua e non nostra ): "A guerra terminata nel bel mezzo della caccia al fascista e delle inquisizioni cui erano sottoposti, lo Stato democratico e finalmente libero (di rubare!) aprì un’inchiesta a carico di 5005 (cinquemila e cinque) gerarchi e alti funzionari del mai sufficientemente deprecabile infausto Ventennio, inchiesta tendente ad accertare quanto i fascisti avessero rubato. L’operazione di indagine andò avanti per un paio di anni. Ma a farsa si somma farsa. Come scritto non si trovò nulla di illegale; un bel giorno apparve su tutti i giornali (politicamente corretti) la notizia: Trovato il tesoro di Italo Balbo; è nascosto in una cassetta di sicurezza in una banca. Il giorno deciso dagli inquirenti per aprire la cassetta inquisita furono convocati operatori, giornalisti, il fior fiore dei politici e, con gran pompa, la famigerata cassetta fu aperta; obbrobrio, il tesoro era una sciarpa: la sciarpa Littorio.
Dopo di che, dato che c’è un limite per il ridicolo anche per la Repubblica nata dalla Resistenza, l’inchiesta sui 5005 (cinquemila e cinque) indagati, zitti, zitti, gli inquisitori chiusero le indagini e accantonarono l’inchiesta."
martedì 5 luglio 2011
Il massacro di Gela
Era tanto che volevo scrivere di questi fatti dei quali avevo saputo leggendo un articolo apparso sul Corriere della Sera qualche anno fa, ma che non riuscivo più a trovare. Grazie ad una segnalazione di Fabrizio Carloni, l'autore di quell'articolo, che ha pubblicato anche un'intero volume sullo sbarco alleato in Sicilia nel 1943, ho reperito tutte le fonti d'informazione necessarie.
Inizio riportando quando scritto da Carloni nel suo articolo: "Nel corso di Husky, nome in codice dello sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, le truppe statunitensi, comandate dal generale George Patton, trucidarono numerosi civili e molti militari che si erano arresi. Le stragi dei prigionieri italiani a Biscari, a sud di Caltagirone, rivelate dallo storico statunitense Carlo D'Este, non furono dunque una disgraziata eccezione.
Una tragedia simile di cui mai si è scritto o parlato, si consumò a 8 chilometri da Gela, sulla strada per Vittoria, verso le 7 di mattina del 10 luglio, giorno dello sbarco. In questa località, detta Passo di Piazza, i carabinieri reali avevano costituito un posto fisso in un casale rurale. Era in posizione strategica perchè i militari potessero vigilare la linea ferroviaria che correva parallela al mare. Erano una quindicina e, al momento dello sbarco due erano in pattuglia. Gli altri furono svegliati dal fuoco martellante dell'artiglieria; tutto intorno scendevano centinaia di paracadutisti americani."
L'articolo continua con il racconto di uno dei militari sopravvissuto,
Inizio riportando quando scritto da Carloni nel suo articolo: "Nel corso di Husky, nome in codice dello sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, le truppe statunitensi, comandate dal generale George Patton, trucidarono numerosi civili e molti militari che si erano arresi. Le stragi dei prigionieri italiani a Biscari, a sud di Caltagirone, rivelate dallo storico statunitense Carlo D'Este, non furono dunque una disgraziata eccezione.
Una tragedia simile di cui mai si è scritto o parlato, si consumò a 8 chilometri da Gela, sulla strada per Vittoria, verso le 7 di mattina del 10 luglio, giorno dello sbarco. In questa località, detta Passo di Piazza, i carabinieri reali avevano costituito un posto fisso in un casale rurale. Era in posizione strategica perchè i militari potessero vigilare la linea ferroviaria che correva parallela al mare. Erano una quindicina e, al momento dello sbarco due erano in pattuglia. Gli altri furono svegliati dal fuoco martellante dell'artiglieria; tutto intorno scendevano centinaia di paracadutisti americani."
L'articolo continua con il racconto di uno dei militari sopravvissuto,
sabato 2 luglio 2011
After the Reich ( I crimini di guerra degli alleati )
Lo storico inglese Giles MacDonough ha dato alle stampe uno scioccante volume dal titolo "After the Reich: The Brutal History of Allied Occupation " che, forse per la prima volta, documenta con assoluta precisione storica quanto accaduto alla Germania sconfitta e ai suoi cittadini, militari e civili.
Mark Weber, dell'Institute for Historical Review, ha scritto una recensione, tradotta in italiano da Andrea Carancini, che qui vi ripropongo. Il libro è acquistabile su Amazon.com.
"Molte persone accettano l'idea che, considerati i crimini di guerra dei nazisti, un certo grado di violenza vendicatrice contro i tedeschi fosse inevitabile e forse persino giustificata. La risposta normale ai rapporti sulle atrocità commesse dagli Alleati è che i tedeschi se le meritarono. Ma, come MacDonogh dimostra, le spaventose crudeltà inflitte ad un popolo tedesco totalmente abbattuto, andarono decisamente oltre l'immaginabile. Egli calcola che circa tre milioni di tedeschi, sia militari che civili, morirono in modo ingiustificato dopo la fine ufficiale delle ostilità.
Di questi, un milione erano uomini che venivano tenuti come prigionieri di guerra, la maggior parte dei quali morirono in mano ai sovietici (dei 90.000 tedeschi che si arresero a Stalingrado, ad esempio, solo 5.000 tornarono in patria). Ancora meno conosciuta è la storia delle molte migliaia di prigionieri tedeschi che morirono - in mano agli americani e agli inglesi nel modo più infame, in spaventosi campi di prigionia lungo il Reno, senza alcun riparo e con quantità di cibo irrisorie. Altri, più fortunati, vennero impiegati come
Mark Weber, dell'Institute for Historical Review, ha scritto una recensione, tradotta in italiano da Andrea Carancini, che qui vi ripropongo. Il libro è acquistabile su Amazon.com.
"Molte persone accettano l'idea che, considerati i crimini di guerra dei nazisti, un certo grado di violenza vendicatrice contro i tedeschi fosse inevitabile e forse persino giustificata. La risposta normale ai rapporti sulle atrocità commesse dagli Alleati è che i tedeschi se le meritarono. Ma, come MacDonogh dimostra, le spaventose crudeltà inflitte ad un popolo tedesco totalmente abbattuto, andarono decisamente oltre l'immaginabile. Egli calcola che circa tre milioni di tedeschi, sia militari che civili, morirono in modo ingiustificato dopo la fine ufficiale delle ostilità.
Di questi, un milione erano uomini che venivano tenuti come prigionieri di guerra, la maggior parte dei quali morirono in mano ai sovietici (dei 90.000 tedeschi che si arresero a Stalingrado, ad esempio, solo 5.000 tornarono in patria). Ancora meno conosciuta è la storia delle molte migliaia di prigionieri tedeschi che morirono - in mano agli americani e agli inglesi nel modo più infame, in spaventosi campi di prigionia lungo il Reno, senza alcun riparo e con quantità di cibo irrisorie. Altri, più fortunati, vennero impiegati come
lunedì 27 giugno 2011
Grande stampa e cattiva informazione (2)
Il mio post precedente ha sollevato un bel polverone! Ovviamente in senso positivo. Decine le mail ricevute e parecchi i commenti lasciati direttamente sul blog. Sono felice di aver così socchiuso uno dei cassetti dell'armadio della Storia, lasciando intravedere alcune verità poco conosciute. Tra le molte risposte anche quelle di chi ha fornito nuove informazioni correggendo anche alcune inesattezze del mio post.
Ritengo quindi doveroso metterle a conoscenza dei lettori nell'ordine con cui mi sono pervenute.
L'amico Annibale è stato il primo ad intervenire: "Salve, confermo che la foto riportata nell'articolo è stata scattata in occasione del salvataggio delle opere d'arte portate a Roma da Montecassino e poi ricoverate in Vaticano. Alcuni dei camion sembra non siano mai arrivati a Roma ma inviati verso l'Umbria dove almeno uno sarebbe sparito. Correggo però l'informazione da te data: la foto è stata scattata non in Vaticano ma sotto palazzo Venezia perchè è lì insulsamente che i Tedeschi schierarono i camion con tutte le opere d'arte per mostrarle a giornalisti, cineoperatori e fotografi. In una dichiarazione a me riportata da uno dei protagonisti del salvataggio di altre opere d'arte nel basso Lazio (ma non a Montecassino) l'esposizione in campo aperto, com'era piazza Venezia, nell'inverno del '44, fu molto criticata perchè sarebbe bastato un solo aereo per colpire ed incendiare i camion schierati un accanto all'altro in pieno giorno. Ciò non toglie che i Tedeschi rubarono altrove altre opere d'arte ma non in questa occasione. Buona giornata."
Dean mi ha fornito invece alcune informazioni di prima mano proprio là dove Annibale si era fermato:
"Ciao, mi chiamo Dean, ho letto l'articolo e posso confermarti che hai ragione sulla cattiva informazione.....io abito a Spoleto la citta' dove i tedeschi hanno portato una parte del tesoro di Montecassino ( 20 camion , come confermato proprio quest'anno dall'Abate dell'abazia in una mia visita al monastero benedettino ) e guarda caso io abito proprio nella villa dove c'era il comando Paracadutisti Hermann Goering ( Villa Marignoli). I camion erano parcheggiati nel vialone di lecci e una parte del tesoro era stata scaricata nella villa (da racconti dei vecchi di allora la villa ne era piena zeppa) e tutto cio' che ti racconto lo si puo' trovare anche nei libri che vendono all'abbazia. Ti saluto e in allegato ti mando la foto di casa."
Lorenzo ha completato tutte queste informazioni: "Tutto vero quanto da lei affermato nel blog, le foto non sono quelle giuste. Tuttavia le segnalo questo articolo :
Ritengo quindi doveroso metterle a conoscenza dei lettori nell'ordine con cui mi sono pervenute.
L'amico Annibale è stato il primo ad intervenire: "Salve, confermo che la foto riportata nell'articolo è stata scattata in occasione del salvataggio delle opere d'arte portate a Roma da Montecassino e poi ricoverate in Vaticano. Alcuni dei camion sembra non siano mai arrivati a Roma ma inviati verso l'Umbria dove almeno uno sarebbe sparito. Correggo però l'informazione da te data: la foto è stata scattata non in Vaticano ma sotto palazzo Venezia perchè è lì insulsamente che i Tedeschi schierarono i camion con tutte le opere d'arte per mostrarle a giornalisti, cineoperatori e fotografi. In una dichiarazione a me riportata da uno dei protagonisti del salvataggio di altre opere d'arte nel basso Lazio (ma non a Montecassino) l'esposizione in campo aperto, com'era piazza Venezia, nell'inverno del '44, fu molto criticata perchè sarebbe bastato un solo aereo per colpire ed incendiare i camion schierati un accanto all'altro in pieno giorno. Ciò non toglie che i Tedeschi rubarono altrove altre opere d'arte ma non in questa occasione. Buona giornata."
Dean mi ha fornito invece alcune informazioni di prima mano proprio là dove Annibale si era fermato:
"Ciao, mi chiamo Dean, ho letto l'articolo e posso confermarti che hai ragione sulla cattiva informazione.....io abito a Spoleto la citta' dove i tedeschi hanno portato una parte del tesoro di Montecassino ( 20 camion , come confermato proprio quest'anno dall'Abate dell'abazia in una mia visita al monastero benedettino ) e guarda caso io abito proprio nella villa dove c'era il comando Paracadutisti Hermann Goering ( Villa Marignoli). I camion erano parcheggiati nel vialone di lecci e una parte del tesoro era stata scaricata nella villa (da racconti dei vecchi di allora la villa ne era piena zeppa) e tutto cio' che ti racconto lo si puo' trovare anche nei libri che vendono all'abbazia. Ti saluto e in allegato ti mando la foto di casa."
Lorenzo ha completato tutte queste informazioni: "Tutto vero quanto da lei affermato nel blog, le foto non sono quelle giuste. Tuttavia le segnalo questo articolo :
http://digilander.libero.it/historiatris/piccolo.htm nella parte dove dice :
le 600 casse consegnate il 5 gennaio 1944 facevano parte dell'ultimo convoglio partito da Montecassino il 3 novembre 1943 (i primi erano partiti rispettivamente il 17 e il 19 ottobre precedenti e consegnati allo Stato italiano l'8 dicembre 1943) con le opere della Galleria Nazionale e del Museo archeologico di Napoli; settantamila documenti dell'Abbazia, le reliquie di San Benedetto e di Santa Scolastica, ossia quanto restava delle loro ossa.
Sennonché le casse con i tesori napoletani non si fermarono a Roma, ma proseguirono verso nord e il Capitano della "Hermann Goering" Maximilian Becker (che con Schlegel aveva organizzato il trasferimento dei tesori da Montecassino) ebbe conferma dei propri sospetti circa un "interessamento" privato di alcuni vertici del nazismo riferiti al tesoro stesso. Becker seppe quindi che i camion avevano proseguito verso Spoleto e si precipitò nella città umbra, dove si rese conto di aver avuto ragione ad allarmarsi quando vide le casse aperte e intorno ad esse aggirarsi un incaricato del Reichsmarschall Goering, venuto dalla Germania per prelevare alcuni oggetti da inviare al capo della Luftwaffe.
E poi: Le casse di Spoleto, dopo ulteriori sollecitazioni anche da parte di monsignor Montini, allora sostituto segretario di Stato, vennero consegnate il 5 gennaio 1944 (ed è la consegna di cui si parla nell'articolo de "IL PICCOLO" mostrato in questa pagina). Mancavano due autocarri di quanti erano partiti dall' Umbria. Fu detto che erano fermi per guasti e che sarebbero arrivati il giorno successivo. Non arrivarono mai. Con gli autocarri non arrivarono 15 casse che avevano proseguito il viaggio fino a Berlino."
A parte quest'ultima informazione mi viene da chiedermi: e se i tedeschi avessero lasciato tutto dove stava ( magari meno i due camion dirottati a Berlino ) cosa sarebbe successo ai nostri tesori artistici una volta arrivati inglesi, americani, marocchini, ecc.?
mercoledì 22 giugno 2011
Grande stampa e cattiva informazione
A pagina 39 del Corriere di oggi sono incappato in un interessante articolo sui tesori artistici razziati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nelle foto che lo accompagnavano però, c'era qualcosa che non mi convinceva. La foto dei soldati tedeschi che esibiscono un grande quadro come loro trofeo, davanti ad una garitta, con la didascalia sotto la foto di Maria Altmann "...a sinistra: soldati tedeschi con un quadro trafugato a Roma", non mi convinceva. Lo credo bene! Quella foto è stata sì scattata a Roma, come altre nell'occasione, ma si riferisce alla consegna dei tesori artistici dell'Abbazia di Montecassino al Vaticano dopo che erano stati messi in salvo dagli uomini della "Panzer-Division Hermann Goering" prima del bombardamento alleato. Quando gli alleati avanzarono verso Nord, avvicinandosi all'abbazia di Monte Cassino, un'unità operativa della divisione, al comando dell'Oberstleutnant Julius Schlegel, offrì ai monaci il proprio aiuto per portare in salvo i tesori artistici che l'abbazia conservava da secoli. I monaci accettarono e così tesori di inestimabile valore artistico furono trasportati a Roma con i mezzi motorizzati della divisione e consegnati al Vaticano. Nella foto che ho aggiunto si vede chiaramente il camion tedesco, davanti al Vaticano, che sta scaricando i preziosi dipinti.Ecco un altro esempio di disinformazione da parte della Grande Stampa i cui giornalisti, non so se per pigrizia o ignoranza, preferiscono seguire i luoghi comuni piuttosto che accertarsi della realtà dei fatti. E si che queste foto fanno parte del Bundesarchiv tedesco e riportano le didascalie giuste!
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