In questi tempi, quando da più parti si accusa Franco di ogni nefandezza durante la guerra civile spagnola accomunando ai falangisti i loro alleati italiani e tedeschi, mi è capitato di leggere sul Corsera di alcuni giorni fa, un articolo a firma di Vittorio Messori, storico della Chiesa e scrittore di fama mondiale, a proposito del film sulla vita di Escrivà de Balaguer, il fondatore dell'Opus Dei, di prossima uscita nelle nostre sale.
Il film è opera di Roland Joffé, un ebreo di origine francese nato in Inghilterra che si dichiara agnostico, ha avuto simpatie per i comunisti e cambiato parecchie mogli. Scrive Messori: "Un merito del regista, ci pare, è non aver nascosto la volontà, da perte delle sinistre spagnole, di genocidio del clero, massacrato solo perchè cattolico. La parola "genocidio" non è eccessiva: nella diocesi di Barbastro, città natale di don Escrivà, l'88 per cento dei sacerdoti fu ucciso, nei modi più barbari, nelle prime settimane di guerra civile e la mattanza si estese ai laici se "amici dei preti". Le suore furono stuprate, spesso da decine di "compagni", fino alla morte. Le salesiane di Madrid furono massacrate dalla canaille, cui era stato fatto credere che, alle bambine dei loro oratori, davano caramelle avvelenate. Alla fine questo il bilancio: uccisi 4.184 sacerdoti diocesani, 2.365 frati, 2.830 religiose, nonchè 13 tra vescovi e arcivescovi. Inoltre decine di migliaia di di laici cattolici. Alcuni furono crocifissi alle porte delle loro chiese, impalati, legati a bocche di cannone, squartati. Anche i genitori furono puniti per la colpa di avere tali figli: la madre di un gesuita fu soffocata cacciandole un crocifisso nella gola, molti furono bruciati vivi, altri gettati davanti ai tori, con gli assassini in divisa ad acclamare nell'arena. Papa Wojtyla ha proceduto alla beatificazione in massa di alcune centinaia di questi martririzzati solo perchè cristiani. Nessuna chiesa, nelle zone tenute dai governativi, scampò all'incendio o, almeno, alla devastazione: scomparve così la metà del patrimonio artistico spagnolo.
Quanto ai franchisti, non furono di certo cherubini nè serafini, : lavorarono anch'essi molto con i plotoni di esecuzione ( sia durante che, ancor più grave, dopo la guerra ) e fucilarono essi pure dei preti: ma per ragioni politiche non religiose. Si trattava di alcuni sacerdoti baschi, militanti per la sevessione dalla Spagna.
Sfidando la rimozione attuale di quei massacri ( i più sanguinosi dopo quelli della Francia del Terrore ) l'ebreo agnostico Joffè fa certamente opera politicamente scorretta, dunque meritoria."
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martedì 23 agosto 2011
sabato 2 luglio 2011
After the Reich ( I crimini di guerra degli alleati )
Lo storico inglese Giles MacDonough ha dato alle stampe uno scioccante volume dal titolo "After the Reich: The Brutal History of Allied Occupation " che, forse per la prima volta, documenta con assoluta precisione storica quanto accaduto alla Germania sconfitta e ai suoi cittadini, militari e civili.
Mark Weber, dell'Institute for Historical Review, ha scritto una recensione, tradotta in italiano da Andrea Carancini, che qui vi ripropongo. Il libro è acquistabile su Amazon.com.
"Molte persone accettano l'idea che, considerati i crimini di guerra dei nazisti, un certo grado di violenza vendicatrice contro i tedeschi fosse inevitabile e forse persino giustificata. La risposta normale ai rapporti sulle atrocità commesse dagli Alleati è che i tedeschi se le meritarono. Ma, come MacDonogh dimostra, le spaventose crudeltà inflitte ad un popolo tedesco totalmente abbattuto, andarono decisamente oltre l'immaginabile. Egli calcola che circa tre milioni di tedeschi, sia militari che civili, morirono in modo ingiustificato dopo la fine ufficiale delle ostilità.
Di questi, un milione erano uomini che venivano tenuti come prigionieri di guerra, la maggior parte dei quali morirono in mano ai sovietici (dei 90.000 tedeschi che si arresero a Stalingrado, ad esempio, solo 5.000 tornarono in patria). Ancora meno conosciuta è la storia delle molte migliaia di prigionieri tedeschi che morirono - in mano agli americani e agli inglesi nel modo più infame, in spaventosi campi di prigionia lungo il Reno, senza alcun riparo e con quantità di cibo irrisorie. Altri, più fortunati, vennero impiegati come
Mark Weber, dell'Institute for Historical Review, ha scritto una recensione, tradotta in italiano da Andrea Carancini, che qui vi ripropongo. Il libro è acquistabile su Amazon.com.
"Molte persone accettano l'idea che, considerati i crimini di guerra dei nazisti, un certo grado di violenza vendicatrice contro i tedeschi fosse inevitabile e forse persino giustificata. La risposta normale ai rapporti sulle atrocità commesse dagli Alleati è che i tedeschi se le meritarono. Ma, come MacDonogh dimostra, le spaventose crudeltà inflitte ad un popolo tedesco totalmente abbattuto, andarono decisamente oltre l'immaginabile. Egli calcola che circa tre milioni di tedeschi, sia militari che civili, morirono in modo ingiustificato dopo la fine ufficiale delle ostilità.
Di questi, un milione erano uomini che venivano tenuti come prigionieri di guerra, la maggior parte dei quali morirono in mano ai sovietici (dei 90.000 tedeschi che si arresero a Stalingrado, ad esempio, solo 5.000 tornarono in patria). Ancora meno conosciuta è la storia delle molte migliaia di prigionieri tedeschi che morirono - in mano agli americani e agli inglesi nel modo più infame, in spaventosi campi di prigionia lungo il Reno, senza alcun riparo e con quantità di cibo irrisorie. Altri, più fortunati, vennero impiegati come
mercoledì 22 giugno 2011
Grande stampa e cattiva informazione
A pagina 39 del Corriere di oggi sono incappato in un interessante articolo sui tesori artistici razziati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nelle foto che lo accompagnavano però, c'era qualcosa che non mi convinceva. La foto dei soldati tedeschi che esibiscono un grande quadro come loro trofeo, davanti ad una garitta, con la didascalia sotto la foto di Maria Altmann "...a sinistra: soldati tedeschi con un quadro trafugato a Roma", non mi convinceva. Lo credo bene! Quella foto è stata sì scattata a Roma, come altre nell'occasione, ma si riferisce alla consegna dei tesori artistici dell'Abbazia di Montecassino al Vaticano dopo che erano stati messi in salvo dagli uomini della "Panzer-Division Hermann Goering" prima del bombardamento alleato. Quando gli alleati avanzarono verso Nord, avvicinandosi all'abbazia di Monte Cassino, un'unità operativa della divisione, al comando dell'Oberstleutnant Julius Schlegel, offrì ai monaci il proprio aiuto per portare in salvo i tesori artistici che l'abbazia conservava da secoli. I monaci accettarono e così tesori di inestimabile valore artistico furono trasportati a Roma con i mezzi motorizzati della divisione e consegnati al Vaticano. Nella foto che ho aggiunto si vede chiaramente il camion tedesco, davanti al Vaticano, che sta scaricando i preziosi dipinti.Ecco un altro esempio di disinformazione da parte della Grande Stampa i cui giornalisti, non so se per pigrizia o ignoranza, preferiscono seguire i luoghi comuni piuttosto che accertarsi della realtà dei fatti. E si che queste foto fanno parte del Bundesarchiv tedesco e riportano le didascalie giuste!
mercoledì 9 marzo 2011
Le bugie di Gheddafi
Le ridicole farneticazioni di questi ultimi giorni da parte di Gheddafi sul fatto che i libici abbiano sconfitto gli italiani, alle quali nessun media nazionale ha opposto la verità storica su quegli ormai lontani avvenimenti, merita che si faccia un pò di chiarezza.
Contrariamente a quello che afferma Gheddafi, non furono i libici a sconfiggere gli italiani, bensì il contrario seppur con mezzi crudeli e spesso inumani come accadeva in tutte le campagne di colonizzazione condotte dai paesi europei. I francesi in Algeria e in Marocco, gli inglesi in Egitto, nel Sudan e in Sud Africa, gli spagnoli nei loro possedimenti marocchini. Le efferatezze sui soldati spagnoli fatti prigionieri dai guerriglieri appartenenti alle bande di Abd el Krim, spinsero numerosi membri delle Cortes a chiedere che l’esercito e l’aviazione usassero gas tossici di ogni tipo per reprimere la ribellione nel Rif marocchino. I britannici, del resto, nel 1919 avevano usato fumi di arsenico a Murmansk, nella penisola di Cola, contro truppe dell’Armata Rossa e gas di iprite e fosgene nel ’20 in Pakistan e Afghanistan contro le tribù di confine. L'unica differenza è che fino ad oggi non si sono mai visti libri e giornali francesi, spagnoli o inglesi che si autodenunciavano per l’uso di gas mentre noi italiani ci autoaccusiamo di aver usato l'iprite nella guerra d'Etiopia e chiediamo continuamente scusa a tutti per i crimini "fascisti".
L’invasione della Libia fu preparata dall’Italia fin dal 1887 (Mussolini aveva quattro anni). Forti pressioni per questa impresa vennero principalmente dalle banche alla testa delle quali era il Banco di Roma che aveva investito notevoli capitali proprio in Libia, contando sulla sua trasformazione in colonia. Ma a favore della spedizione troviamo anche i socialisti, i sindacalisti rivoluzionari, nonché i cattolici. La decisione della guerra contro la Turchia, che allora dominava la Libia fu presa dal Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, nel novembre 1911 ed il 25 di quel mese il dado fu tratto, e fu guerra. Violente dimostrazioni contro quell’impresa si svolsero principalmente in Romagna, guidate da Mussolini. Però, evviva la democrazia, la dichiarazione di guerra, come consentiva l’art. 5 dello Statuto, fu inviata senza l’approvazione del Parlamento il quale, in vacanza dal luglio, riaprirà solo il 22 febbraio 1912. Il contingente italiano, dopo aspri combattimenti, occupa i principali centri costieri della Tripolitania e della Cirenaica; ma non va oltre. L’interno libico rimarrà, per almeno due decenni, in mano di bande locali, spesso in lotta fra loro.
Ma, c’è sempre un ma, anche se non ancora in Camicia nera: un attacco turco a Sciara Sciat provoca quasi 400 morti fra i bersaglieri italiani. Seguirà da parte italiana una feroce rappresaglia. Ma quali scuse ha portato Gheddafi per le atrocità commesse da parte dei suoi concittadini a danno degli italiani? Circa le atrocità di cui furono vittime i soldati italiani caduti nelle mani dei turchi-libici durante la conquista di Tripoli, così scriveva il Journal: "Ho veduto in una sola moschea diciassette italiani crocifissi. Sono stati inchiodati al muro e morirono a fuoco lento… A un ufficiale furono cuciti gli occhi. I cadaveri erano mutilati in modo indicibile… Nel cimitero di Chari vedemmo cinque soldati sepolti sino alle spalle; le teste emergevano dalla sabbia, nera del loro sangue" E il giornalista del Matin: "Nel villaggio di Henni e nel cimitero arabo era stato operato un vero macello… Si sono loro tagliati i piedi, strappate le mani: vi sono stati crocifissi. Un bersagliere ha la bocca squarciata fino alle orecchie".
E veniamo alle imprese di Omar al Mukhtar con la cui foto appesa sul petto Gheddafi si è presentato a Berlusconi che gli baciava la mano.
Nel 1980 un film, "Il leone del deserto", di coproduzione Usa e Siria, fu dedicato alla lotta di liberazione libica contro il colonialismo italiano. Il film fu parzialmente finanziato con 35 milioni di dollari da Muammar Gheddafi, il quale chiese l'inclusione di una scena storicamente inesatta che mettesse in cattiva luce i Senussi, in modo da separare la figura di al-Mukhtar, suo riferimento ideale, da quella di re Idris I, capo dei Senussi e cacciato dalla rivolta di Gheddafi.
Il film è stato ripetutamente trasmesso dalla televisione libica, per diffondere la visione storica di Gheddafi il quale è rappresentato da bambino presente all'impiccagione di al-Mukhtar. Questa circostanza é un mero falso , in quanto Gheddafi nacque nel 1942 , vale a dire alcuni anni dopo la morte di al-Muktar. e le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo ministro Giulio Andreotti, «danneggia l'onore dell'esercito». Ora è necessario ricordare che la pacificazione della Libia era una delle tante eredità negative lasciate al fascismo dai governi precedenti.
Omar al Mukhtar nasce in un villaggio della Marmarica orientale intorno al 1862, in un ambiente fortemente influenzato dalle regole del Corano. Si fa notare sia per la sua attitudine negli studi coranici, sia per il suo temperamento volitivo, ma anche per la sua volontà nel combattere prima i turchi, poi gli invasori italiani. A 40 anni è nominato capo della Zawia (convento e centro d’azione) e tornato nella natia Marmarica ha la spiacevole sorpresa di vedere le tribù sottomesse al governo italiano. Da allora in poi, sempre nel nome di Dio Altissimo e Misecordioso, punisce con spietata durezza chiunque accetti di collaborare con le autorità italiane. A causa della guerra 1915-1918 il territorio, specialmente quello interno, vide le truppe italiane ridursi notevolmente per essere trasferite in altri fronti, così che bande sempre più numerose poterono spadroneggiare nel territorio imponendo decime alle popolazioni, accanendosi, in particolare contro coloro che mostrano una qualsiasi simpatia verso l’Italia. Omar al Mukhtar ha una parte preminente in queste azioni intimidatrici e punitive, precedute e seguite sempre da atti di inaudita ferocia. Fare un elenco del terrore seminato dal Leone del deserto e da altre bande simili è semplicemente impossibile. L’attività di Omar al Mukhtar assume connotati di assoluta preminenza nel biennio 1929-1931, di conseguenza il Governo italiano ritenne indispensabile pacificare tutta la Libia. Badoglio e Graziani, incaricati allo scopo, reputarono necessario sottrarre il territorio all’influenza dei capi locali.Quindi giustizia e perdono per i sottomessi, severità implacabile per i ribelli. Negli anni ’29, a seguito di una serie di contatti con alti ufficiali italiani, sembrava che un accordo sulla pacificazione fosse a portata di mano, ma a ottobre di quell’anno al Mukhtar ordinò l’attacco ad una pattuglia di zapié (carabinieri indigeni) comandati dal brigadiere Stefano Ramorino, accorsa per riparare la linea telefonica, appositamente sabotata in località Gars Benigden proprio per realizzare l’agguato. L’eccidio compromise qualsiasi ulteriore tentativo di accordi e ravvivò la guerriglia e la contro-guerriglia. Nei primi quattro mesi del 1931 il ritmo delle razzie e degli agguati assunsero proporzioni non più tollerabili. Fu in questo contesto che Graziani concepì e diresse la più grande e complessa operazione sahariana mai prima compiuta. Obiettivo finale della manovra: l’oasi di Kufra, nel più profondo sud desertico, conquistata, dai reparti cammellati, dopo una massacrante marcia nel deserto. Omar al Mukhtar, ormai stanco, sfiduciato, vecchio e abbandonato dai suoi fidi, venne catturato, ai primi di settembre del 1931 nella zona di Uadi el Kuf, da una pattuglia di Sawari. Dopo la cattura, accusando di essere stato abbandonato al suo destino, stoicamente aggiunse: "Se mi avete preso è soltanto per volontà di Allah. Ora fate di me quel che volete".
Graziani, d’accordo con Badoglio e con il Ministro delle Colonie De Bono, convocò il Tribunale militare speciale che condannò al Mukhtar a morte per i reati commessi. Il giorno dopo, alle 9 nell’assolata piana di Soluk, l’esecuzione venne consumata in un cupo silenzio. Nel gennaio del 1932 il maresciallo Badoglio comunicò a Roma, non senza orgoglio, che dopo oltre vent’anni la colonia era finalmente pacificata. Un fatto è certo, scomparso Muktar – cui fece seguito la coraggiosa liberazione in massa degli ex ribelli – non un solo colpo di fucile è stato più esploso contro gli italiani, razzie e saccheggi finirono d’incanto e i remoti territori del deserto tornarono alla serenità. Il Duce si recò in Libia dal 12 al 21 marzo 1937, per inaugurare ospedali, strade, edifici pubblici, fattorie. Anziché essere preso a fucilate fu accolto dai nativi con un entusiasmo incontenibile, tanto che gli fu donata la Spada dell’Islam, in oro massiccio e intarsiata con pietre preziose, alto simbolo di riconoscenza. Nel corso delle sua visita nelle varie località libiche l’entusiasmo dei coloni italiani e della popolazione locale era veramente esaltante. Nell'oasi di Bugara il duce a cavallo alza la spada verso il cielo e, dopo avere promesso di «tenerla con sé fra i ricordi più cari come simbolo di forza e di giustizia», dichiara solennemente che l'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia "pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del profeta" e si proclama "protettore dell'Islam". Un’altra iniziativa, accuratamente taciuta dai media, unica del genere per i Paesi colonizzatori, fu il provvedimento con il quale con Regio Decreto veniva riconosciuta una cittadinanza italiana speciale per i nativi musulmani delle quattro province libiche che facevano parte integrante del Regno d’Italia e che diventavano cittadini italiani a tutti gli effetti ( altro che le attuali leggi anticlandestini ). Descrivere in queste poche righe le opere compiute dal lavoro italiano fascista, a dispetto del dittatorello libico, risulta impossibile, ma solo per motivi di spazio.
L’occupazione italiana dell’Africa del nord durò ancora dieci anni. Nel maggio del 1943, dopo la resa del corpo italo-tedesco allora sotto il comando di Jürgen von Armin (il feldmaresciallo Rommel era rientrato in Europa in marzo), la Libia fu posta sotto l’amministrazione militare anglo-francese prima di diventare, nel 1951, il primo stato sahariano indipendente.
mercoledì 20 ottobre 2010
Anniversario della Strage di Gorla
Sessantasei anni fa, il 20 ottobre del 1944 alle 11e 29, il comandante di uno squadrone aereo della 15° Air Force dell'USAAF, il 451° Bomb Group composto da 36 bombardieri, dopo aver mancato gli obiettivi industriali per un errore di rotta decise di rientrare alla base considerando la missione come "fallita". Rimaneva il problema del carico: le bombe (circa 2200 Kg. ogni aereo) non potevano essere riportate a casa in quanto già innescate; il problema era di primaria importanza per l'incolumità dell'equipaggio. Una via per uscire da questa situazione poteva essere quella di proseguire per 140 gradi raggiungendo la campagna verso Cremona dove lo spazio per liberarsi dello scomodo carico non mancava, oppure lanciarle nel mare Adriatico sulla via del ritorno. Ma il comandante decise diversamente.
martedì 17 agosto 2010
Il campo di prigionia di Coltano ( Pisa )

Oggi ho fatto una scoperta! Mentre stavo uscendo dalla trattoria del circolo ARCI di Coltano ( dove ho mangiato la miglior grigliata della mia vita ) mi ha fermato un giovane in moto che veniva da Bergamo e stava cercando il punto dove era situato nel 1945 il campo di prigionia per ex soldati della RSI dove suo nonno era rimasto per circa un anno. Mentre parlavamo ci siamo accorti che sul fabbricato del circolo arci esisteva ancora la scritta "ONC Coltano" ( Opera Nazionale Combattenti ) cosa che ci ha stupito non poco. Dopo aver chiesto informazioni al gestore ho scoperto che esisteva nelle vicinanze un cippo a memoria di coloro che qui erano stati imprigionati dagli americani. Messomi alla ricerca dell'unico luogo che ne conservava ancora la memoria alla fine ho trovato il cippo e l'asta con la bandiera che garriva al vento di libeccio e che ho immediatamente fotografato.
( Dal sito www.italia-rsi.org ) "Il primo campo di concentramento per prigionieri di guerra in Toscana fu il PWE 334, a Scandicci (Firenze). Il PWE 339 sorse a San Rossore; i PWE 336, 337 e 338 vennero allestiti nella tenuta di Coltano (Pisa). Erano tutti destinati ad ospitare prigionieri militari tedeschi e italiani, appartenenti alle FFAA e ad altre formazioni militari della RSI. Il PWE 337, però, si distinse subito per l'eccezionale durezza delle condizioni di vita imposte dai vincitori. Condizioni di vita: ma dovremmo dire piuttosto di mera sopravvivenza, ai limiti del più elementare istinto di conservazione. Furono troppi quelli che non ce la fecero. Ecco, al riguardo quanto dice Pietro Ciabattini, che in quel campo fu internato: «Il 25 luglio 1945 tutti i prigionieri italiani concentrati nei vari PWE in Toscana erano già stati fatti affluire nel PWE 337, più conosciuto come "campo di Coltano". «La sua triste esistenza fu taciuta all'opinione pubblica fino a metà settembre del 1945, dopo che gli americani il 30 agosto avevano trasferito alle autorità italiane la giurisdizione su quel campo di prigionia. «Solo allora la stampa italiana si interessò di ciò che avveniva dietro quei reticolati in quella torrida pianura pisana, descrivendo la misera esistenza di migliaia di esseri umani, scalzi, nudi, laceri, malati e bisognosi di tutto, senza che nessuna autorità si decidesse ad addivenire ad una rapida soluzione del problema. Descrivere la disgraziata vita del PWE 337 è compito arduo nel timore di non essere creduto, ma più arduo è riuscire a convincere che ciò accadde davvero a prigionieri di guerra di un esercito ricco e vittorioso, e a conflitto ormai cessato. [...] I giornali si sbizzarrirono per una settimana a scrivere sulla drammatica vicenda di quei prigionieri, ma dei numerosi e misteriosi decessi per uccisioni, malattie e stenti nessuno ne scrisse una parola. Molti morirono nei "campi", nel "lazaret", altri nell'Ospedale da Campo n. 99 WQ06, o nel 650 di riserva per militari italiani. Anche al Sanatorio, all'ospedale Militare di Livorno e al Manicomio di Volterra ci furono numerosi morti, ma i relativi documenti o non sono visibili o non esistono più. «Nessuno, tranne gli archivisti USA, conoscerà mai il numero dei deceduti di Coltano. Mistero e silenzio anche sui luoghi dove venivano sepolte le salme. [...] E’ certo che, a distanza di cinquant’anni, sui decessi di Coltano, esiste ancora il "top secret" e anche da parte delle autorità preposte non vengono fornite notizie precise» (P. Ciabattini, Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato, Mursia, Milano 1995).
Qualcosa, negli ultimi anni, si è mosso: un'aria diversa, un atteggiamento di maggiore apertura, la voglia di guardare con occhi nuovi a un passato non poi così vecchio... O così sembrava. Tant'è che finalmente, dopo anni di impegno da parte dei reduci di Coltano, si è riusciti a consacrare quel terreno maledetto da tante famiglie edificandovi un "Campo della Memoria": il 22 settembre 1996 si svolgeva la cerimonia di inaugurazione del Campo."
Purtroppo il monumento ha subito numerosi "attentati" negli anni a seguire anche se è sempre stato ricostruito a cura dei reduci e oggi si presenta come nelle foto da me scattate proprio oggi. Per chi volesse visitarlo, magari approfittando di una vacanza in Toscana, ecco alcune indicazioni per raggiungerlo ( non è certo facile ). Venendo da nord con l'autostrada Genova Livorno, uscire a Pisa centro e imboccare la via Aurelia in direzione Livorno. Dopo alcuni km, sulla destra si trova un cartello con l'indicazione "Coltano". Imboccare questa strada in salita e a metà, di fronte ad un ristorante, girare a sinistra e proseguire sempre dritti fino a Coltano. Arrivati di fronte ad alcune grandi costruzioni girare a destra e, dopo un centinaio di metri, imboccare la seconda strada sulla destra che conduce ad una pinetina. Dopo aver superato alcune case coloniche sui due lati, fare attenzione ad una piccola strada sulla destra che ci condurrà in poche decine di metri al Campo. Vi assicuro che l'emozione vale il viaggio!

domenica 19 ottobre 2008
In ricordo della strage degli innocenti di Gorla
Pubblico volentieri questo articolo dello storico Fabio Brioschi, apparso su Epolis del 18 ottobre scorso:
"Il 20 ottobre del 1944 la seconda guerra mondiale produsse su Milano una delle ferite più profonde e dolorose di tutto il conflitto. Durante una missione alleata di bombardamento degli impianti indistriali a nord est della città uno squadrone aereo scaricò tonnellate di esplosivo sul quartiere periferico di Gorla. La storia è tristemente nota ma ancora oggi a 64 anni di distanza se ne celebra giustamente la cupa memoria: uno degli ordigni colpì la scuola elementare "Francesco Crispi", sotto le cui macerie rimasero 184 innocenti bambini e le loro maestre. La Storia, quella con la "S" maiuscola, non ha ancora stabilito perchè una missione di guerra destinata a colpire gli stabilimenti Breda e Alfa Romeo abbia, invece, seminato morte e disperazione su un quartiere popolare, andando a colpire nel suo cuore più profondo e tenero, una scuola elementare. Ciò che è certo è che quando l'allarme antiaereo suonò alle 11,14 del 20 ottobre 1944 lo squadrone che avrebbe portato la distruzione si trovava fuori rotta rispetto al proprio obiettivo originale e il suo comandante ne era bene a conoscenza. A quel punto, e non si sa perchè, prese la decisione di scaricare lo stesso le proprie bombe, che giunsero sul quartiere alle 11,29. Era giorno, il cielo era sereno e un pilota esperto non avrebbe mai potuto confondere una fabbrica con una casa. Il monumento che oggi ricorda la strage, costruito a spese dei genitori, conserva i poveri resti delle piccole vittime. Non si potrà mai rendere giustizia, ma almeno non si dimentichi."
Ecco, credo che queste poche righe diano una perfetta idea di quello che è accaduto 64 anni fa. Sarebbe bello che domani qualcuno si ricordasse di portare un mazzo di fiori su quel monumento, come oggi è d'uso per le vittime innocenti di azioni tanto perverse. Qui intanto riproduco un valantino artigianale dell'epoca.
mercoledì 11 aprile 2007
Bombardamento di Dresda
Nei giorni 13 e 14 febbraio scorsi è trscorso, senza che nessun organo di informazione ne abbia dato in alcun modo notizia, il 62° anniversario di uno dei peggiori massacri di innocenti che la storia dell'umanità ricordi: il bombardamento dell'indifesa città tedesca di Dresda.
Come altri terribili fatti accaduti durante la seconda guerra mondiale ad opera degli alleati, anche questo è stato "silenziato" dai vincitori tanto che ancora oggi si preferisce non parlarne più di tanto e, a quanto sembra, anche gli stessi tedeschi contribuiscono a mantenere in atto questa congiura del silenzio tanto deve essere il loro senso di colpa per quanto provocato dal nazismo.
Per tutti coloro che non conoscessero ciò che significò nel febbraio 1945 il bombardamento di Dresda ho inserito un link ad un articolo di Cronologia ( http://cronologia.leonardo.it/storia/a1945n.htm ) che ben ne illustra la cronaca e le conseguenze.
Mi piacerebbe raccogliere in questo post le vostre segnalazioni di fatti analoghi, anche se ovviamente di minor gravità, che vi risultano certamen te accaduti e dei quali non si trova quasi traccia nella storiografia ufficiale.
Come altri terribili fatti accaduti durante la seconda guerra mondiale ad opera degli alleati, anche questo è stato "silenziato" dai vincitori tanto che ancora oggi si preferisce non parlarne più di tanto e, a quanto sembra, anche gli stessi tedeschi contribuiscono a mantenere in atto questa congiura del silenzio tanto deve essere il loro senso di colpa per quanto provocato dal nazismo.
Per tutti coloro che non conoscessero ciò che significò nel febbraio 1945 il bombardamento di Dresda ho inserito un link ad un articolo di Cronologia ( http://cronologia.leonardo.it/storia/a1945n.htm ) che ben ne illustra la cronaca e le conseguenze.
Mi piacerebbe raccogliere in questo post le vostre segnalazioni di fatti analoghi, anche se ovviamente di minor gravità, che vi risultano certamen te accaduti e dei quali non si trova quasi traccia nella storiografia ufficiale.
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